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domenica 27 novembre 2016

La segreta eleganza di Luca

Luca De Filippo (3 giugno 1948 - 27 novembre 2015)
Ricordo di Luca De Filippo, ovvero sir Luke of Philip

di Marco Tullio Giordana
Luca non era un attore italiano. E nemmeno «figlio di Eduardo e nipote di Scarpetta» malgrado il Dna avesse nel tempo prodotto una somiglianza inequivoca. Luca era un attore inglese, figlio di John Gielgud, Michael Redgrave, Ralph Richardson, Laurence Olivier, nipote di Edmund Kean e John Philip Kemble e più su ancora di Richard Cumberland, John Gay, David Garrick. Un attore inglese che recitava però in napoletano, lingua di cui sapeva ogni sfumatura, così atta allo spettacolo da volerla materia di studio alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, l’ultima impresa dove s’era buttato.
L’altra sera nei teatri italiani, credo proprio tutti, ogni attore, ogni compagnia ha voluto rendergli omaggio, segno che il suo understatement, anziché renderlo invisibile, l’aveva invece scolpito nei nostri cuori molto più di qualsiasi esibizionismo, di qualsiasi voce stentorea o maschera indossata. Fu lo stesso Eduardo a passargli il testimone nel suo ultimo discorso pubblico, a Taormina nel 1984, ammettendo di averlo cresciuto «nel gelo delle mie abitudini», ma quella eredità che avrebbe potuto schiacciarlo l’ha invece lasciato intatto. Avrebbe potuto rinnegarla o, peggio, amministrarla a scopo di lucro. Ne fece invece ragione di continuo studio sul lavoro dei De Filippo, concedendola a chi gli era coerente e soavemente negandola a chi l’avrebbe invece stravolta. L’unica preoccupazione di questi giorni, prima ancora dei figli, prima ancora di Carolina, sono state le sorti della sua splendida compagnia, i contratti da onorare, gli spettatori da non deludere. Questo senso di responsabilità e di segreta eleganza mi sembra il suo insegnamento più grande, quello che vorrei serbare.
Ciao sir Luke of Philip, amico caro.
[La Stampa, 29 novembre 2015]

sabato 31 ottobre 2015

Il teatro, una conversazione di vita


«Qualcuno - non ricordo chi, né le parole precise - ha detto che Eduardo ha inventato nel teatro il primo piano: nel senso che quel suo volto che potremmo dire essenziale - scavato, sofferente, saggio - e quel suo essenziale gestire rendevano al teatro, eccezionalmente, quella peculiarità che è del cinema. Pur includendo lo spazio scenico, al momento in cui Eduardo entrava in scena lo sguardo dello spettatore acquistava la capacità, come si dice nel gergo cinematografico e televisivo, di "zummare" sul suo volto, sulle sue mani, sul suo passo. E ciò credo accadesse per un fenomeno di "denaturalizzazione" del teatro, del luogo teatrale, che Eduardo riusciva a operare: e cioè di sottrarlo alla convenzione e di restituirlo alla realtà.
Viene di pensare a quel racconto di Borges, in cui Averroé, traducendo Aristotele, si ferma alle ignote parole "tragedia" e "commedia", non accorgendosi che bastava guardare fuori dal balcone perché la vita gliene offrisse il significato. È un racconto che il teatro di Pirandello e il teatro di Eduardo irresistibilmente richiamano alla memoria: come di un passare dalla vita al teatro senza scarti, senza fratture, inventando nella vita e nel teatro, facendo del teatro una conversazione di vita».
Leonardo Sciascia, L'Espresso, 5 novembre 1984

giovedì 31 ottobre 2013

Una sensazione di immortalità

«Eduardo ci lascia l'esempio di un uomo che per tutta la vita, senza fermarsi mai, è esistito in funzione della creatività. Non credo che abbia pensato mai veramente ad altro se non a creare, ad inventare.
Sembrerà strano, ma la sua morte mi dà un grande senso di pace, di serenità, di contemplazione. La sensazione che danno le opere d'arte, una sensazione di immortalità».

Federico Fellini, Il Mattino, 2 novembre 1984

venerdì 24 maggio 2013

"Eduardo, oggi"

Eduardo nasce il 24 maggio 1900
«1974. Eduardo De Filippo, oggi: settantaquattro anni, la notorietà mondiale, una grande opera alle spalle come autore e come interprete, con quei due buchi nelle gote, le ossa sottili e gracili come grissini, l'arco del sopracciglio che, alzandosi, solleva ormai soltanto il peso della malinconia ma anche, secondo il movimento mimetico-interpretativo, fissa il volto in una maschera dimessamente derisoria o umilmente crucciata, neanche dolorosa, se mai stupita. [...]
Eduardo, oggi: ancora, certo, il personaggio più importante del teatro italiano; e non solo di quella cosa in fondo angusta - e precaria - che è il teatro italiano. È un'immagine, o piuttosto un modello, delle nostre possibilità di estroversione figurata, della misura in cui possiamo rappresentarci pubblicamente. Perchè è un'immagine che viene da lontano - dai secoli - e insieme da vicino, dalla foresta spessa e viva delle maschere, che è lì, appena girato l'angolo della nostra storia risorgimentale. E se uno oggi aguzza l'occhio nel brulichio della cronaca potrà vederlo ancora il lampo bianco e doloroso di Pulcinella, che scantona furtivo negandosi, tentando di cancellarsi, come pieno di vergogna. [...]
Bene, che ne è oggi di questo personaggio candido e fiducioso, un po' spaventato anche e dunque costretto spesso a ricorrere all'ambiguità e alla furbizia [...]? Che ne è di quel vecchio angelo rugoso e un po' spennacchiato che si chiamava Luca Cupiello e che amava tanto fabbricarsi il presepe a Natale, mentre intorno la famiglia gli andava in rovina? Che ne è di Pasquale Lojacono, così felice di credere - o di far finta di credere - al generoso fantasma che era in realtà l'amante di sua moglie? Man mano che passavano gli anni e le commedie questo personaggio-protagonista - che era sempre Eduardo, ovviamente, a interpretare - diventava più laconico.
Quella leggera afasia che l'attore, con grandiosi effetti comico grotteschi, prestava al personaggio, quella faticosa ricerca delle parole da pronunciare, diventava anche sui testi, reticenza voluta, un'immaginaria lunghissima serie di puntini di sospensione. [...] Poi s'è capito. Quest'anno Eduardo vien fuori con la sua commedia-confessione (o ricapitolazione): Gli esami non finiscono mai. Qui parla, certo che parla. Comincia a presentarsi da solo, uscendo dal sipario ancora chiuso, come usava nei vecchi prologhi [...] Per due atti dunque lo stupore, lo spavento, la buffoneria e il dolore di questo Guglielmo Speranza costretto a constatare che la vita è una continua prova, che ogni volta si ricomincia da capo e non c'è nessuna garanzia. [...] Questo è Eduardo oggi, a settantaquattro anni, con quei due buchi nelle gote e le ossa sottili e gracili come grissini. Non più Sik-Sik, artefice magico, uscito dal Kursaal e dal Sannazzaro di Napoli per cavare, dal suo cappello a cilindro di prestigiatore, la sorpresa della nuova commedia italiana dopo Pirandello, mista di riso e sofferenza come sempre il grande teatro; ma un uomo che, rinunciando a fare l'artefice magico (dal cappello è volata via la colomba della giovinezza), dice duramente la sua sulla vita, sui tabù di questa società e persino sulla speranza del dopo; e spiega i suoi intermittenti silenzi di prima, sciogliendoli e unificandoli nell'allibito silenzio di quest'ultimo terzo atto. Gli estri di una volta forse non ci sono più, nel cappello di Sik-Sik; ma qualche grande scena, lui è ancora capace di tirarla fuori da quel doppio fondo inesauribile. Perciò, nonostante la dura negatività di quest'ultima fase della sua arte, la gente affolla i teatri e lo applaude e lo acclama. E ora si sta tutti col fiato sospeso, perché il posto di Eduardo è sul palcoscenico; anche se tace. Ormai s'è capito: il suo silenzio è crepitante e vivo come un lunghissimo monologo».

(Roberto De Monticelli, Corriere della Sera, 24 maggio 1974)


mercoledì 4 luglio 2012

Tecnica e vocazione umana

«Recita sapendo tutto della recitazione (non si lascia sfuggire un'occasione scenica pur assorbendola nel rigore dello stile) ma effettivamente non recita. Esiste. E ciò è prodotto da una tecnica consapevolissima, nata dalla migliore tradizione del palcoscenico, unita a una vocazione umana dolorosa e irriverente, pietosa e sospettosa, fatalistica e sentimentale, renitente e confidenziale, che si risolve in continua testimonianza umoristica del mondo quotidiano».

(Roberto Rebora, Sipario, n. 190 febbraio 1962 - Recensione a Il sindaco del Rione Sanità)

giovedì 24 maggio 2012

Tanti auguri, Eduardo

"Caro, carissimo Eduardo,
che cosa dirTi, in questa occasione, in questa ricorrenza lieta, che non suoni banalmente retorico oppure che non ripeta, con altre parole, quello che tanti […] Ti hanno detto e scritto in occasione del Tuo ritorno a Milano dopo tanti, troppi anni? Posso dirTi, per esempio, che cosa ha significato, per quelli della nostra generazione, che cosa avete significato Tu, Titina (l'adorabile Titina) e Peppino, quando eravamo, come si dice, ancora giovani. Era un misto di popolaresco e di verace, di credibilità naturalistica e di sublimazione etica, non veristica. Era una ventata, nella stagna ragnatela di quegli anni, venuta d'improvviso a portare un segno di lealtà nei confronti della storia, un segno di sicurezza nei confronti dell'individuo, un segno di «positività» (quanto risulta «datata» questa parola) nei confronti della società, per certi versi disperata ma non ancora nello sfacelo. […] Posso dirTi, per esempio, che «Adda passa 'a nuttata» per il teatro italiano non è solo una «battuta» teatrale, ma quasi una lezione di vita, una mesta contemplazione del passato e insieme uno sguardo verso un Domani che sia, speriamo, molto vicino all'alba piuttosto che agli anni avvenire. Perché, lo sai bene, Eduardo, veniamo da lontano, ma andiamo lontano. […] In questi giorni, nella nostra città, sei un altro Miracolo a Milano, così come lo sei stato e lo sarai, certo, domani in altri Paesi lontani. Perché il Tuo ridere e il Tuo piangere, caro Eduardo, non sono Tuoi, sono nostri. Sono il ridere e il piangere della Povera gent di Bertolazzi, sono i sentimenti umani degli uomini che ancora hanno un cuore, una volontà di fare, un rifiuto istintivo alla sopraffazione, al sopruso, all'ingiustizia. Posso dirTi, per esempio, che il mio augurio di oggi non va ai Tuoi ottant'anni di vita, anzi al Tuo quarto ventennio, ma al Tuo palcoscenico, alla Tua arte d'attore, al Tuo magistero umano, alla «lezione» che da tanto tempo vai impartendoci; e dunque all'augurio che dalla prossima stagione, ancora, si ripeta quel meraviglioso incontro con una Tua «novità»; sempre eguale e sempre diversa, come hai sempre fatto e come ci hai sempre insegnato a decifrare che la vita è così.
Con sincero affetto, con un po' di commozione, con un caldo abbraccio il Tuo
Giorgio Strehler"

(Giorgio Strehler, La Stampa, 24 maggio 1980)

domenica 15 gennaio 2012

Il monumento

«Il Monumento è una strana commedia nell'arco, piuttosto coerente, dell'arte di Eduardo De Filippo. [...] Si tratta [...] di una commedia nera, di un misantropico attacco di malumore etico e civile. [...] È un apologo grottesco e paradossale, che fa spicco nella produzione di Eduardo, progressista amaro ma a senso unico. Per questo, dicevo, la commedia è strana, come un sussulto di sfiducia, di irritazione acritica, per un mondo che non ha luce di valori, e che lo spinge a innalzare un monumento alla sordida coerenza del maresciallo». Così commentava il critico Giorgio Prosperi sul quotidiano "Il Tempo" la commedia in tre atti Il monumento, all'indomani della sua messa in scena a Roma.

Scritta da Eduardo nel 1967, ma probabilmente l'idea era stata concepita nell'immediato dopoguerra, fu rappresentata per la prima volta il 25 novembre 1970 al Teatro la Pergola di Firenze, dopo un'anteprima dedicata agli studenti andata in scena il giorno precedente. L'elaborata scenografia è di Bruno Garofalo.

La storia è quella di Ascanio Penna, un ex maresciallo ausiliario del Regio esercito che vive da oltre vent'anni all'interno del basamento di un vecchio monumento danneggiato dalla guerra. Insieme a lui vivono la sua compagna Sabina e Nazareno, detto Paganini, un pover'uomo che per vivere si arrangia suonando il violino in strada. Ascanio conduce una vita da recluso ed esce dal monumento solo di notte. Questa strana abitazione la sera si popola di una folla di personaggi singolari, diventa luogo di ritrovo in cui passare la serata in compagnia, per mangiare le "pagnottelle" preparate da Sabina accompagnate da un bicchiere di vino e per ascoltare i racconti del maresciallo, che risalgono al tempo in cui lui ancora svolgeva il suo incarico in caserma. Questi racconti sono pieni di rimpianto per gli anni in cui si era dedicato con abnegazione al suo servizio, in cui era punto di riferimento per i giovani soldati, che lo chiamavano addirittura "mamma". Con l'arrivo dei tedeschi però tutto questo finì e lui si ritrovò dimenticato ed ai margini della società. L'unica persona che gli è rimasta accanto in tutti quegli anni è proprio Sabina, conosciuta giovanissima quando lavorava nello spaccio della caserma. Per tirare avanti la donna, all'insaputa di Ascanio, si prostituisce, mentre gli fa credere di riuscire a vivere grazie all'attività di "locale notturno" che si svolge all'interno del monumento.

lunedì 31 ottobre 2011

Apparente naturalezza


«Credo che nel ricordare Eduardo si debba cominciare dall'attore: era, delle sue tre "persone" (il drammaturgo, il regista, l'interprete), quella che egli, senz'altro, prediligeva. Eduardo è stato un attore di straordinaria penetrazione critica e, paradossalmente, di una estrema sobrietà e apparente naturalezza. Il personaggio lo studiava "standogli addosso": l'espressione era sua e credo che nelle sue intenzioni equivalesse alla marcatura stretta del giocatore di foot-ball sull'avversario: qua un gesto captato al volo, là un'intonazione, in un lavorio fitto fitto di mimesi del "grande assente" (ancora un'espressione che gli era cara) che poteva durare settimane e settimane: un giocare a rimpiattino col ruolo, che aveva qualcosa di furbesco e straziante a un tempo, una partita di dare e avere che sembrava non dovesse saldarsi mai, col bruciore delle ferite non pienamente rimarginate. Nascevano, da questi sordi, dolorosi testa a testa col personaggio, quelle interpretazioni di ammirevole misura, percorse da pause stupendamente espressive (i leggendari "silenzi"), da un sussurro soffocato, da un borbottio tra la tenerezza e il dispetto. Le vedevi germinare, come per prodigio, in proscenio (ricordo ancora la sua ultima, Ciampa del Berretto a sonagli), ti sembrava che tutto fosse facile, naturale per l'appunto: "Ma la naturalezza, a teatro, non esiste, caro amico, ve la dovete proprio levare dalla testa", mi disse dinanzi ad un folto pubblico, due anni fa, a Perugia, e sembrava che nella voce gli si fosse innestata una vena d'eroico furore, una rabbia propriamente etica, esistenziale».

(Guido Davico Bonino, La Stampa, 2 novembre 1984)

mercoledì 13 luglio 2011

La follia della comicità

«[Michele] pare la cortesia e la saggezza fatte persona. E tutto quello che fa e dice, nasconde, sotto una lucidezza un po' inquieta, una matta ostinazione. Ebbene, bisogna vedere quale comicità placida e insieme fantasiosa, sfumata e potente, distratta e convinta sa raggiungere nell'interpretazione di questo personaggio Eduardo De Filippo, che poi è anche  l'autore della commedia. Questo Michele, a poco a poco, ingrandendosi, passa dalla semplicità più schietta e calma ai più arditi gradi della ilarità, sfiorando talora la farsa, superandola, per raggiungere il grottesco, mescolando il vero allo sconvolgimento del vero. È la follia della comicità; e tutto questo con una precisione di particolari osservati, impeccabili»

("Ditegli sempre di sì" - Renato Simoni, Corriere della Sera, 21 marzo 1934)


domenica 27 febbraio 2011

Sublime stanchezza, dispettosa ironia

«[...] Se Eduardo non ci fosse non ci sarebbe Gennareniello. Perché questo, davvero, è un prodigio della sua arte d'attore: di disegnare la silhouette d'un personaggio tutta sul togliere, tutta su levare. L'inquietudine, le pudiche incertezze, i magri scontenti, l'assillo sordo dell'inettitudine, questo e altro ancora, c'è nei silenzi di Eduardo, nelle esitazioni sofferenti, negli "a parte" sussurrati appena, in quelle occhiate in tralice, occhiate lunghe, a metà complici a metà seduttorie. Questa è la pienezza d'un attore giunto ai vertici del proprio magistero, questa è la sua grandezza. Poi, un farsi da parte, quasi, calcolatamente, un cedere il passo. Come già accadde con Franco Parenti, a metà Anni Sessanta, Eduardo lascia spazio al figlio Luca in Dolore sotto chiave. [...]
Poi (e siamo già sulla mezzanotte) il trionfo con Sik-Sik, l'artefice magico. Ho scritto altrove che questo mimodramma è, nella folta produzione di Eduardo scrittore, uno dei vertici. C'è la pittura d'un mondo, il mondo dei guitti del variété che si fa lingua, e lingua teatrale, d'una animalesca, straziata evidenza. Il parlar straparlando di Sik-Sik, l'illusionista da strapazzo, il suo rincorrere l'italiano degli altri reinventando, a supporto, un italiano cosi altamente improbabile da parere, in tutto e per tutto, vero, è già di per sé, una prodigiosa invenzione. Ma poi c'è Eduardo attore, cilindro sghembo, giacchettina lisa. C'è la sua patetica caparbietà a cavalcare quelle parolone irte, la sua sublime stanchezza (la vedi, annidata là sotto le palpebre) nell'inventare trucchi inutili, l'aria di dispettosa ironia con cui guarda gli orchestrali fuori tempo, le "spalle" fuori battuta, quel riuscire a fingere, insomma, con splendida misura, d'essere un uomo senza qualità. Fioccano gli applausi, la gente non si stacca dalla poltrona. Sono gli applausi di chi ha riconosciuto negli antieroi di Eduardo la propria faccia nascosta, "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo"».

(Guido Davico Bonino, La Stampa, 4 maggio 1980)

mercoledì 29 dicembre 2010

Sergio Martin. Il recital di poesie al Pier Lombardo di Milano

Recentemente ho pensato che mi sarebbe piaciuto pubblicare in questo blog qualche testimonianza in prima persona di chi avesse avuto la fortuna di conoscere e lavorare con Eduardo. Impresa ardua per chi, come me, non ha conoscenze dirette nell'ambiente né altre referenze se non la mia passione.

Poco più di un mese fa ero alla ricerca del Catalogo della mostra "Eduardo De Filippo. Vita e opere", realizzata nel 1986. Il volume viene spesso citato nelle bibliografie ma è praticamente introvabile. Decisi di fare un ultimo tentativo scrivendo direttamente al curatore del catalogo  che, in collaborazione con Isabella Quarantotti De Filippo, ha lavorato alla realizzazione della mostra, Sergio Martin. Si è rivelato persona di rara cortesia e disponibilità: non solo è riuscito a trovarmi una copia del Catalogo che cercavo da anni, ma si è anche reso disponibile a regalarmi un pezzetto della sua storia personale e lavorativa con Eduardo, e di questo lo ringrazio davvero di cuore.

Sergio Martin è nato a Oderzo nel 1951, ha studiato sociologia e si definisce «un operaio della cultura. Mi piace cercare di fare cose che altri non riescono a fare o non ci pensano, per poi sentirmi dire "Facile fare una mostra su Fo"(quando nessuno aveva il coraggio di farla…)».  Ha curato, tra le altre, le mostre Disegni a Teatro di Dario Fo (1980), presso la Galleria Marconi di Milano; Il Teatro dell'Occhio (1984), esposizione completa su Dario Fo, in collaborazione con il premio A.T.E.R. di Riccione diretto da Franco Quadri e allestita anche a Londra,  Copenaghen, Monaco, Madrid, Stoccolma; la già citata Eduardo De Filippo. Vita e opere (1986) presso il teatro Mercadante di Napoli, riaperto dopo 22 anni in quella occasione; La Voce delle immagini (1995), selezione delle copertine del Giornale di Indro Montanelli, al Café Procope di Torino, di cui è stato direttore; Il Cuore dell'Unità/Tre anni di Tangentopoli e dintorni(1995), persone, fatti e misfatti da Ellekappa a Michele Serra. Ha inoltre lavorato e organizzato spettacoli con grandissimi nomi della musica leggera come  Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Paolo Conte, Tony Esposito (www.sergiomartin.it).

Nel 1980, insieme a Andrée Ruth Shammah organizzò, al Salone Pier Lombardo di Milano, il primo recital di poesie tenuto da Eduardo. E proprio questo evento ha voluto raccontare:

«Approdai al Salone Pier Lombardo, aperto da pochi anni da Andrée Ruth Shammah, Gian Maurizio Fercioni e Franco Parenti, usciti da un Piccolo Teatro che consideravano troppo stretto, all’inizio della stagione teatrale 1979-1980. 

domenica 31 ottobre 2010

L'ultimo dei suoi silenzi


«Eduardo è entrato nell'ultimo dei suoi silenzi: ha prolungato e reso definitivo uno dei lunghi silenzi parlanti per mezzo dei quali, sulla scena e fuori della scena, parlava senza parole. Dobbiamo per forza pensare così, se vogliamo vincere la irragionevole ma incoercibile convinzione che Eduardo c'è ancora, non può non esserci, e che di lui possiamo ancora parlare al tempo presente: dobbiamo pensare che sia entrato nel silenzio infinito che si carica di infiniti significati e infinite parole. [...] E anche adesso, nel grande silenzio dilatato che è sceso su di noi, ci ostiniamo a pensare che Eduardo ci parli ancora. Che ci sia un dopo-Eduardo, come tante volte si è immaginato. Che prima o poi Eduardo faccia il miracolo di farci arrivare una di quelle commedie alle quali andava pensando da tempo e delle quali aveva depositato i titoli allusivi come Angela Pace, Teresa Triunfo, Pare brutto, È nata la fine. Sappiamo per certo che, nel silenzio di Eduardo attore, sentiremo ancora parlare la sua voce. Quella di scena, che verrà a ricordarci in cento lingue quale fosse la "grande magia" di colui che sapeva distillare o abolire le parole. Quella fuori di scena, che continuerà a pungolarci e a tenerci compagnia con i pensieri più semplici. Come quello che Eduardo amava ripetere: "Ognuno si fa i fatti suoi e basta. Anche da questo vengono i mali che affliggono il mondo". Con le riflessioni più lineari, come quella che ricordava che "il teatro è fantasia". Con la poesia che egli più volentieri recitava quando il pubblico lo assillava di richieste. Al primo verso diceva: "'I vulisse truvà pace". E al secondo, dopo una breve pausa: "Una pace senza morte"».

(Renzo Tian, Il Messaggero, 2 novembre 1984)



EDUARDO
24 maggio 1900 - 31 ottobre 1984


giovedì 3 giugno 2010

"Come se niente fosse"

«Ieri sera Eduardo De Filippo, col suo cuore a transistor, è tornato al palcoscenico dell'Eliseo e ha ricominciato a recitare come se niente fosse davanti a un pubblico che spesso ha cercato di non applaudirlo per non procurargli un'emozione violenta. [...] Il pubblico sentiva, intuiva che all'attore, al cuore dell'attore, al gran cuore di Eduardo doveva essere evitata l'emotiva violenza insita, scaturente da applausi troppo scroscianti. Ma non sempre riusciva a frenarsi. Eduardo era lì di nuovo sotto le luci della ribalta, vispo, arzillo, bravo come sempre, padrone di quel suo volto scavato, che esprimeva soltanto ciò  che l'attore gli permetteva di esprimere e sul quale l'arte, a comando, può cancellare persino i segni dell'umana sofferenza.
Stette per quasi tutto il primo tempo in piedi monologando col pubblico degli "esami che non finiscono mai". Ebbe un mezzo sorrisetto ironico, quando una battuta del copione parlò di "mal di cuore", e scosse la testa come a scacciare un fugace pensiero. Eduardo ammiccava come soltanto lui sa fare, ma non tutte quelle contrazioni che apparivano sul volto mobilissimo erano destinate al pubblico. Certi ammiccamenti erano rivolti a se stesso, come conferme di una serata che lui già sapeva sarebbe andata così, una serata tutto cuore, accettata come una scelta di vita dall'attore, con predominio sull'uomo e le sue ansie e le sue angoscie. A un dato momento del secondo tempo [...] si ebbe la sensazione che l'esame più grosso, più difficile, anche più drammatico, era quello che Eduardo affrontava minimizzando di fronte al pubblico la sua sofferta infermità, non facendola mai pesare, muovendosi nel miglior stile napoletano del "Come se niente fosse"».
(Nino Longanesi, Il Messaggero, Roma 28 marzo 1974)
Da Eduardo, Fiorenza Di Franco, Gremese Editore (1983)

Nel 1974, durante le rappresentazioni della commedia Gli esami non finiscono mai al Teatro Eliseo di Roma, Eduardo ebbe delle brevi perdite di coscienza che lo costrinsero ad operarsi per l'applicazione un pace-maker. Fu lui stesso ad annunciarlo al pubblico ed agli attori della compagnia alla fine dell'ultima rappresentazione che si svolse il 3 marzo. Il 24 marzo tornò in palcoscenico e proseguì le recite per altre quattro settimane.


giovedì 8 aprile 2010

"Nel territorio della visione e del simbolo"

«Natale in casa Cupiello è una delle prime grandi commedie di Eduardo. [...] Rivedendola oggi, si rimane colpiti per almeno un paio di ragioni. La commedia di Eduardo ci tocca in modo quasi magico (e forse per questo ci mette d'accordo) perché è una non-storia, che esce dai confini del verosimile e della descrizione per arrivare nel territorio della visione e del simbolo. [...] Poche volte come nel Natale, la ricerca di Eduardo sa far coincidere la carica delle emozioni e la sottile truccatura comica della fantasia. Nel Natale ci sono già tutti i lampi e le fughe in avanti di un visionario che si lascia alle spalle la realtà. Forse per questo, e forse perché l'abbiamo rivista in un'edizione nella quale Eduardo mostra di aver sublimato nello stesso tempo interpretazione e regia, ci sembra che questa commedia non sia più necessariamente legata alla sua condizione di "napoletana"».
(Renzo Tian, Il Messaggero,  Roma 7 maggio 1976)

Da Eduardo, Fiorenza Di Franco, Gremese Editore (1983)