mercoledì 2 dicembre 2015

«Io sono la tua Compagnia»

«Io sono la tua Compagnia,
io sono chi cominciò con te,
io sono il testimone di quel momento, di quel tuo entusiasmo.
Io sono stato il compagno di avventure, sono l’amico.
Io sono tutti, attori e tecnici, da quell’inizio ad oggi.
Io sono chi ha guardato nei tuoi occhi, malinconici e teneri
che ci hanno guidato da maestro e da padre.
Io sono Persona, come volevi tu, prima ancora che professionista.
Mi hai insegnato ad amare il Teatro per come merita di essere amato.
Io sono chi hai scelto con uno sguardo e con un sorriso hai accolto.
Io sono stato la tua famiglia e tu la mia.
Io sono colui che ha inchiodato, cucito, infiocchettato, tirato, legato, illuminato
e organizzato fino a notte fonda,
nel più piccolo, come nel più grande teatro
perché tutto, dovunque, doveva essere al posto giusto.
Io in scena sono stato il tuo avvocato, la portiera, il ragioniere, l’amante,
il fratello, la moglie, il figlio, la figlia, il maggiordomo, la cameriera.
Io sono stato principe e principessa,
perché tu sei il mio re.
Io sono colui che ha ascoltato i tuoi silenzi, le tue canzoni napoletane,
sono colui che ha brindato con te e ha riso a tutte le tue battute.
Io sono il saluto di tutte queste persone
che nel corso di questi trentacinque anni sono state
la Compagnia di Luca
e ti ringraziano, Luca, per averli messi a parte e formati a una nobile scuola 
che tu avevi naturalmente ereditato e generosamente hai condiviso.
Io sono chi ha cercato sempre di essere degno di te.
Io sono la tua Compagnia
e ti dico grazie per avermi dato, per avermi lasciato tanto,
Carolina, i tuoi meravigliosi figli.
Io sono la tua Compagnia,
io sono e sarò sempre con te,
tu sei e sarai sempre con la tua Compagnia».


Compagnia di Teatro di Luca De Filippo
Teatro Argentina
Roma, 30 novembre 2015




venerdì 27 novembre 2015

Addio, Luca

La notizia è iniziata a circolare oggi pomeriggio. Luca De Filippo è morto a Roma, in punta di piedi, come nel suo stile.

Non ho avuto l'onore di conoscerlo personalmente ma ho avuto la fortuna di incrociare la sua strada diverse volte negli anni, oltre ad averlo applaudito in teatro ogni volta che mi è stato possibile.

Ho un ricordo particolarmente caro di quest'uomo schivo e riservato, che risale a venticinque anni fa. Stagione teatrale 1989-'90, da poco avevo scoperto la mia passione per il teatro di Eduardo. Al Teatro Giulio Cesare di Roma era in scena la Compagnia di Luca De Filippo con la commedia "Non ti pago" (la stessa, tra l'altro, nella quale Luca stava recitando fino a qualche settimana fa). Un'occasione da non perdere per me. Il pomeriggio in cui andai a comperare i biglietti per lo spettacolo, ebbi la fortuna di imbattermi proprio in Luca che arrivava in quel momento a teatro. Lo fermai, gli chiesi di firmarmi la locandina dello spettacolo che avevo chiesto al botteghino e lui, molto gentilmente, la autografò. La cosa avrebbe potuto concludersi lì e non ci sarebbe stato nulla di particolare ma, sorprendendo un po' anche me stessa, gli dissi che avevo un grande desiderio, quello di poter vedere un palcoscenico dietro le quinte. Lui fu molto cortese e mi disse: «La sera in cui verrà a vedere la commedia, passi in camerino dopo lo spettacolo e la porterò a fare un giro dietro le quinte». La sera dello spettacolo, alla fine della rappresentazione, andai a bussare al camerino, non nutrendo in verità molte speranze. E invece lui si ricordò della promessa e portò me ed i miei amici a visitare le quinte, il palcoscenico, si soffermò a darci spiegazioni e a rispondere alle mie domande. Non dimenticai mai la sua gentilezza e la semplicità con la quale ci dedicò un po' del suo tempo e mi conquistò definitivamente.


Nel corso degli anni ho avuto modo di sentirlo parlare in diverse occasioni, presentazioni di libri, convegni, eventi celebrativi. Tornai di nuovo a salutarlo in camerino qualche anno fa, al Teatro Argentina, dopo una bellissima "Filumena Marturano". Anche in quell'occasione spese qualche minuto a sfogliare la copia del libro di suo padre "'O canisto", del quale ero da poco entrata in possesso dopo anni di ricerche. Uscimmo insieme, conversando lungo il corridoio che dai camerini portava fuori dal teatro. Ancora una volta mi colpì la sua cortesia, la sua semplicità, l'assenza assoluta di qualunque forma di divismo.

Ha saputo indossare il suo ingombrante cognome con classe ed andandone sempre fiero, senza tuttavia ostentarlo. Ha dovuto costantemente subire l'esame di tutti coloro che, vedendolo recitare, lo mettevano a confronto con il suo inarrivabile padre. Ha saputo portare avanti con grande amore, passione ed intelligenza l'enorme eredità culturale lasciata da Eduardo contribuendo a mantenere vivo il suo teatro. 

In un'epoca in cui l'ignoranza, l'arroganza e l'ostentazione del nulla regnano sovrane, ci mancherà questo uomo schivo e gentile che, come tutti i veri grandi, ha fatto della sua cultura e della sua intelligenza le sue uniche armi.

Grazie, Luca.



sabato 31 ottobre 2015

Il teatro, una conversazione di vita


«Qualcuno - non ricordo chi, né le parole precise - ha detto che Eduardo ha inventato nel teatro il primo piano: nel senso che quel suo volto che potremmo dire essenziale - scavato, sofferente, saggio - e quel suo essenziale gestire rendevano al teatro, eccezionalmente, quella peculiarità che è del cinema. Pur includendo lo spazio scenico, al momento in cui Eduardo entrava in scena lo sguardo dello spettatore acquistava la capacità, come si dice nel gergo cinematografico e televisivo, di "zummare" sul suo volto, sulle sue mani, sul suo passo. E ciò credo accadesse per un fenomeno di "denaturalizzazione" del teatro, del luogo teatrale, che Eduardo riusciva a operare: e cioè di sottrarlo alla convenzione e di restituirlo alla realtà.
Viene di pensare a quel racconto di Borges, in cui Averroé, traducendo Aristotele, si ferma alle ignote parole "tragedia" e "commedia", non accorgendosi che bastava guardare fuori dal balcone perché la vita gliene offrisse il significato. È un racconto che il teatro di Pirandello e il teatro di Eduardo irresistibilmente richiamano alla memoria: come di un passare dalla vita al teatro senza scarti, senza fratture, inventando nella vita e nel teatro, facendo del teatro una conversazione di vita».
Leonardo Sciascia, L'Espresso, 5 novembre 1984

mercoledì 21 ottobre 2015

La stoffa dei sogni

Può apparire quasi sorprendente come, a distanza di ormai trentuno anni dalla sua scomparsa, Eduardo possa essere ancora così presente, da protagonista e in una veste senz'altro attuale, sulla scena italiana. Non mi riferisco alle sue commedie, che compaiono sempre nei cartelloni di ogni stagione teatrale, ma al fatto che quanto ci ha lasciato in eredità continui a dare frutti.

Sergio Rubini nei panni di Oreste Campese
Il 14 ottobre scorso, nella serata di pre apertura della Festa del Cinema di Roma, è stato proiettato il film "La stoffa dei sogni", diretto da Gianfranco Cabiddu ed interpretato, tra gli altri, da Sergio Rubini ed Ennio Fantastichini.
Si tratta di un interessantissimo progetto che vede nuovamente accostati Eduardo e Shakespeare. Come è noto, Eduardo dedicò l'ultimo periodo della sua vita alla traduzione in napoletano de "La tempesta"  di Shakespeare. Gianfranco Cabiddu ebbe un ruolo importante nella realizzazione di questa impresa, avendo seguito le fasi di registrazione della Tempesta, nella quale Eduardo diede voce a tutti i personaggi maschili. Il film che ora ha realizzato interseca la storia narrata da Shakespeare con quella di Oreste Campese e dei suoi poveri comici, protagonisti della commedia eduardiana "L'arte della commedia", testo nel quale Eduardo scolpisce la sua visione del teatro e dell'importanza che attribuisce all'arte alla quale ha dedicato la vita.

sabato 11 luglio 2015

Figli e figliastri. Vincenzo Scarpetta esce dall'armadio dei ricordi

Foto: Archivio Privato
V. Scarpetta
Il figlio di. Il fratello di. Il cognome ingombrante di un padre quasi leggendario, un fratellastro considerato a pieno titolo un mostro sacro del teatro italiano. E così Vincenzo Scarpetta è rimasto a lungo nella penombra, quasi nelle retrovie di una famiglia "tanto lustra e illustrata". Ora finalmente un volume appena pubblicato, il primo di tre previsti, ci offre la possibilità di scoprire, o riscoprire, un grande artista della scena napoletana della prima metà del Novecento.

Percorrendo la biografia di Eduardo De Filippo, dai primi anni della sua formazione artistica e fino quasi alla nascita della compagnia "Il Teatro Umoristico" insieme a Titina e Peppino, spessissimo ci si imbatte nel nome di Vincenzo Scarpetta, nella cui compagnia Eduardo ha recitato a lungo ed a più riprese. Figlio legittimo del "patriarca" Eduardo, unico accanto a svariati fratelli naturali, nati da relazioni che suo padre ebbe con diverse donne, il destino di Vincenzo apparve scritto fin dalla più tenera età. Nato nel 1877, debuttò a dieci anni (anche se tre anni prima aveva già calcato il palcoscenico del Teatro Rossini a Napoli come interprete di una canzone) nel celeberrimo ruolo di Peppeniello, appositamente scritto per lui nell'altrettanto celebre commedia paterna "Miseria e nobiltà". Pur mostrando fin da giovanissimo una spiccata predilezione ed un naturale talento per la musica, si trovò quasi "costretto" a dedicarsi invece alla recitazione per volontà del padre, il quale vide in lui il suo unico erede in palcoscenico. Questo tuttavia non impedì a Vincenzo di comporre canzoni, oltre alle musiche delle sue commedie, alcune delle quali concepite proprio in forma di parodie musicali. Tra le sue passioni anche il café-chantant, molto in voga nei primi anni del secolo scorso e che lo avvicinò alla cantante e ballerina Eugénie Fougère, con la quale visse una grande storia d'amore, fortemente osteggiata, ancora una volta, da Eduardo Scarpetta.

domenica 4 gennaio 2015

Fausto Russo Alesi, emozioni in casa Cupiello

«Il teatro è un groviglio misterioso che nasce da niente, che si può costruire e ricostruire, che ci fa capire chi eravamo e chi siamo, che cosa volevamo e qual è la nostra vita». 

Questa frase di Eduardo mi è tornata alla mente stasera, uscendo dal Teatro Argentina, dopo aver assistito alla messa in scena di Natale in casa Cupiello interpretata e diretta da Fausto Russo Alesi. Ci vuole un bel coraggio a portare in palcoscenico questa commedia, indissolubilmente legata all'interpretazione di Eduardo. Credo infatti sia impossibile per chiunque separare autore e interprete. È sufficiente pronunciarne il titolo e si materializza ai nostri occhi lui, Luca Cupiello-Eduardo, con la sua coppola, i suoi occhiali sottili, la sua giacca lisa, il suo presepe, alla cui realizzazione si dedica con ostinata caparbietà. 

Certamente, soprattutto per chi come me, non ha avuto la fortuna di poterlo vedere sul palcoscenico, la decisione di lasciare una testimonianza registrata delle sue commedie più famose è stato un formidabile regalo che Eduardo ha voluto donare ai posteri. Tuttavia questi documenti rappresentano una sfida da far tremare i polsi a chiunque si voglia cimentare con i suoi testi poiché è inevitabile il confronto con le sue interpretazioni. 

Fausto Russo Alesi, classe 1973, diplomato alla Scuola Civica d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ha raccolto la sfida e, per quanto insignificante possa essere il mio giudizio, io credo che l'abbia vinta in pieno. Bisogna dimenticarsi di Luca-Eduardo, così come di Concetta-Pupella, di Nennillo-Luca... è necessario liberare la mente e non cercare lo stanzone con il letto matrimoniale dove tutto inizia e tutto finisce. Russo Alesi ha infatti proposto una versione di questa commedia in forma di assolo, interpretando tutti i personaggi e facendoli dialogare tra loro moltiplicando se stesso. L'azione si svolge in un'atmosfera surreale, sfondo nero, su una piattaforma sopraelevata con un foro attraverso il quale l'interprete sale, entrando in scena direttamente dalla platea. Pochi oggetti sparsi su questo piano rialzato, un paio di scarpe da donna, uno sgabello, una tazzina di caffè, un barattolo con un pennello, la testa di terracotta di un Gesù bambino ed un lampadario appoggiato in un angolo.